Lugana: l’identità non è un confine territoriale

Dalle glaciazioni alle bonifiche veneziane, fino alla DOC interregionale: la lunga storia di un bianco che ha trovato la sua voce.

“Bevi il tuo Lugana giovane, giovanissimo e godrai della sua freschezza. Bevilo di due o tre anni e ne godrai la completezza. Bevilo decenne, sarai stupefatto della composta autorevolezza. I Lugana, cosa rara nei vini, hanno una straordinaria capacità di farsi riconoscere.”

Luigi Veronelli



Era il 2023 quando al Vinitaly siamo rimasti folgorati dal Lugana di Patrizia Cadore. Da allora, non ha mai abbandonato i nostri scaffali. Ma andiamo con ordine.

Le origini: le colline moreniche e la Selva Lucana

Ci troviamo a sud del lago di Garda, tra Desenzano e Peschiera del Garda, nel più grande anfiteatro morenico delle Prealpi italiane. Un’impronta lasciata da un ghiacciaio che occupava la zona e che, scendendo dalla valle dell’Adige, scavò il bacino del Garda. Quando finalmente si sciolse creò il più grande lago d’Italia e lasciò i suoi detriti, localmente chiamati menadel, formando una serie concentrica di colline moreniche che si elevano gradualmente verso sud, creando una separazione netta dalla Pianura Padana.

Il livello del lago era in realtà molto più alto dell’attuale, e sommergeva anche la pianura su cui oggi nasce il Lugana. Ritirandosi lasciò che le sue argille si depositassero sui detriti morenici, formando così l’attuale terreno agricolo, una serie di strati di argille calcaree ricche di sali minerali. Questo è un terreno molto difficile da coltivare: nei periodi siccitosi diventa duro e compatto, ma appena piove si scioglie diventando molle e fangoso. Non proprio un’eredità facile da gestire.

Prima di diventare effettivamente un terreno coltivabile, quella che oggi è una delle mete più amate del Nord Italia un tempo era ricoperta da una fitta boscaglia paludosa nota come Selva Lucana, buona solo ad essere terreno di epiche battaglie. Quella selva incapace di accogliere qualsiasi tipo di coltivazione, per cambiare volto richiedeva una profonda opera di bonifica. E così la Serenissima Repubblica di Venezia a partire dal 1400 pose rimedio a quelle terre zuppe di acqua e sangue rendendole coltivabili, principalmente a cereali.

Le radici antiche e la rinascita viticola

Nei siti palafitticoli di Peschiera del Garda furono trovati vinaccioli fossilizzati risalenti a più di 3000 anni fa, a testimonianza del fatto che in queste terre la vite si trovava a proprio agio da tempo. Diverse testimonianze scritte, da Catullo a Elisabetta d’Este, ripercorrono i secoli in cui queste “bellissime uve” producevano un vino “godereccio e soave”.

Uscita devastata da una serie di scontri tra potenze locali durati decenni, nel XVI secolo la Lugana vede la rinascita, e con lei il suo vino, emergendo definitivamente nella letteratura enologica: da Andrea Bacci, che nel De naturali vinorum Historia (1595) celebra gli “squisiti Trebulani”, a Ottavio Rossi, che nelle Memorie bresciane (1693) racconta che “tra Rivaltella e Pozzolengo si ritrova la fangosa valle di Lugana. Quì si generan viti generose che abbondano di vino gagliardo e soave”.

All’inizio del Novecento, in un resoconto presentato all’Accademia di Agricoltura di Verona, Giovanni Battista Perez propone di suddividere il territorio veronese in nove zone vitivinicole, tra cui quella dei Colli morenici meridionali. Scrive di “colline brulle, olivate, vitate, marne limacciose, ghiaia, argilla rossa-ferruginosa” dove la vite “letamata vi riesce a meraviglia” e i vitigni danno uve “bianco verdognole, le malvasie, garganiche, trebbiane” e vini “asciutti, un po’ astringenti”.

Il Turbiana e il suo mistero genetico

“Trebbiane”: focalizziamoci su una di queste uve citate sopra. Perché la protagonista di questa storia è un’uva a cui per decenni si è cercato di dare un’identità precisa. Tra le diverse varietà, anche più storiche, che popolano le riviere del Garda, negli ultimi anni il Turbiana ha prevalso su tutte. Bisogna però fare una precisazione: in passato si è sempre pensato che questo vitigno appartenesse alla numerosa famiglia dei trebbiani, in particolare con il Trebbiano di Soave, e in realtà sono due biotipi dello stesso vitigno (infatti il disciplinare di produzione prevede che“i vini a denominazione di origine controllata «Lugana» devono essere ottenuti dalle uve provenienti dal vitigno Trebbiano di Soave localmente denominato Turbiana o Trebbiano di Lugana”), ma recenti studi sul DNA delle viti hanno scoperto una parentela più prossima che lo lega al Verdicchio, per cui sono parenti stretti (più simili tra loro rispetto ad altre varietà), ma sono vitigni geneticamente distinti.

Infatti dalla metà del Cinquecento il Turbiana inizia a intrecciare la sua storia con quella del Verdicchio un vitigno simili ma differente. L’ipotesi è che la somiglianza tra i vigneti sia dovuta all’invito che il Comune di Jesi, colpito duramente dalla ferocia della peste nera, fece nel 1470 agli agricoltori veronesi per ripopolare la zona e dare forza lavoro. Una richiesta di aiuto che fu accolta, e per consuetudine veneta, ogni migrazione che si rispetti porta con sé anche le uve dei luoghi di origine. Così nelle terre marchigiane arrivano le prime coltivazioni dell’uva di Trebbiano di Soave (o Trebbiano di Lugana).

Al di là delle ipotesi, è entusiasmante scoprire cosa può dare un’uva quando incontra un territorio eclettico come quello italiano. Coltivata nei luoghi del Verdicchio e del Lugana, pur molto simile, regala espressioni organolettiche diverse, fondendo la sua identità con quella del territorio.

Interregionale per vocazione

La denominazione Lugana DOC è stata tra le prime a essere riconosciute in Italia già nel 1967. Una delle poche denominazioni interregionali, lombarda e veneta insieme, perché il confine non segue la geografia ma la pedologia, comprende i comuni di  Sirmione, Desenzano, Pozzolengo, Lonato e Peschiera. Anche se 1.948 ettari dei 2.600 sono in Lombardia, i produttori veneti commercializzano il 60% del vino. E a unificare spiritualmente il territorio è la diocesi di Verona, di cui fanno parte le parrocchie di tutti e cinque i comuni, pur appartenendo a regioni diverse.

Il territorio della Lugana è diviso in due zone, e la ferrovia è lo spartiacque che possiamo prendere in considerazione per delimitarle: a differenziarle è la natura del suolo. L’entroterra della denominazione, quello che si affaccia sul lago ed è compreso fra Desenzano, Sirmione, Pozzolengo e Peschiera, è completamente pianeggiante ed è composto da argille compatte. È qui che il Lugana si esprime nella sua essenza. In particolare, nelle zone più storiche ed elettive tra Rovizza e Lugana, il Lugana manifesta la sua vena lacustre e minerale. La seconda zona, più lontana dalla costa e con bassi rilievi, parte dalla Torre Monumentale di San Martino della Battaglia e si espande da un lato verso Pozzolengo e dall’altro verso Lonato. Qui i terreni sono più morenici e sabbiosi, soprattutto verso Lonato, e iniziano a diventare più ghiaiosi, lasciando al Lugana una acidità e un’alcolicità più evidente ma privandolo di una parte della sua mineralità. 

Anche il microclima è un unicum: la grandezza del lago di Garda emula gli effetti termici delle coste mediterranee, dove l’estate è meno torrida e l’inverno più temperato. Non a caso sulle rive prosperano anche olivi e limoni. Le vigne poi sono sempre asciugate dalla brezza che soffia dal lago, che impedendo il ristagno dell’aria previene che i grappoli compatti della Turbiana marciscono quando l’atmosfera si fa troppo umida.

Il successo del Lugana fuori dal confine italiano

Se oggi la produzione si aggira attorno alle 20 milioni di bottiglie, un buon numero di queste viene consumato sul sponde del Lago di Garda dai tantissimi turisti che in estate affollano il litolare. Gli stessi turisti, soprattutto tedeschi, una volta tornati in patria richiedono ancora questo bianco così versatile che si può bere sia giovane che con qualche anno alle spalle, e che è una validissima alternativa ai più blasonati Chardonnay e Sauvignon, capace di piacere veramente a tutti.

Gli anni Novanta sanciscono definitivamente il suo successo, anche grazie a un lavoro sinergico di marketing e investimenti tra il Consorzio e i produttori, per costruire un’immagine forte e identitaria del Lugana.

Ma la vera grande rivelazione del Lugana è la sua longevità, che però non preclude il fatto che possa essere bevuto giovane, anzi. E qui sta tutta la sua versatilità: non devi per forza aspettarlo, ma puoi scegliere tu in quale veste berlo.

Il Lago di Garda fornisce poi una varietà di pesci d’acqua dolce, come il coregone, la trota, il luccio, che sono perfetti per essere abbinati alla freschezza del Lugana. Puoi berlo giovane e abbinarlo a piatti freschi e fritture di pesce, oppure scegliere una Riserva nel caso ci sia bisogno di sostenere un piatto di pesce più complesso.

Patrizia Cadore: interprete della viticoltura del Garda bresciano

Il legame di Patrizia Cadore con il vino è una storia di famiglia che parte da lontano. All’inizio dell’Ottocento il bisnonno Francesco produceva Torcolato a Mason Vicentino, accanto al Monastero di San Biagio. Già allora i vini della famiglia Cadore viaggiavano oltre oceano, fino agli Stati Uniti.

Nel 1954 arriva un punto di svolta: il padre Adriano e i fratelli acquistarono delle vigne a Pozzolengo, sul Garda, terra di Lugana. È lì che la passione di Patrizia mette radici, tra filari e vendemmie.

Nel 2010 raccoglie il testimone con entusiasmo e dà il proprio nome alla cantina. Al suo fianco lavora la figlia Giada, con cui segue i 9 ettari dell’azienda, quasi tutti a Turbiana, da cui nascono il Lugana classico, la Riserva e lo spumante.

70.000 bottiglie all’anno tra Lugana, Chardonnay, Merlot, Cabernet e San Martino della Battaglia, un’altra perla che ci ha letteralmente conquistati al Vinitaly 2025, in cui il rarissimo Turchì (sinonimo di Tocai Friulano) ci regala un vino estremamente beverino ed elegante nonostante la struttura e la mineralità non si facciano affatto desiderare.